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La memoria dei bachi da seta: a tu per tu con Barbara Fettuccia

by Diletta Cecchin
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Avevamo già avuto il piacere di conoscere Barbara Fettuccia, in occasione dell’uscita del suo libro precedente, Il paese della Jacaranda, edito da Scatole Parlanti. L’abbiamo rincontrata per parlare del suo nuovo romanzo, La memoria dei bachi da seta, una storia di lotta e resistenza a cavallo tra la seconda guerra mondiale e gli anni dello stragismo nero.

Barbara Fettuccia

  • Ciao Barbara, è un piacere ritrovarti col tuo nuovo romanzo. La memoria dei bachi da seta racconta di due ragazze, Nina e Amelia, che si incontrano e si innamorano nella Bologna degli anni Settanta. Come è nata in te l’idea di questa storia?

Ciao Diletta, è un piacere anche per me trovarmi di nuovo a chiacchierare con te del mio lavoro e ti ringrazio per questa opportunità di confronto che per me è molto importante.
Questo nuovo romanzo prende vita nella mia fantasia in seguito a una telefonata con un amico, quasi per caso. Era nata una discussione molto interessante e, senza che me ne accorgessi, avevo cominciato a riflettere sulle difficoltà che noi tutti, almeno una volta nella vita e per motivi differenti, abbiamo dovuto affrontare nel tentativo di accettarci, di volerci bene, insomma, con tutte le nostre peculiarità. Non è sempre scontato accorgersi di quanta fatica facciamo quotidianamente per poter essere liberi nei nostri panni, in una società che tende a livellare e a legiferare anche sulle nostre passioni e i nostri sentimenti.
Io, per esempio, mi sono sentita strana, diversa in svariate occasioni e ci ho messo anni di studio ed esperienza per comprendere che stavo lavorando contro me stessa, provando ad ogni costo ad essere più simile a quello che gli altri si aspettavano da me.
Mi rendo conto che può sembrare un discorso vago, ma, se scendessi nello specifico forse rischierei di uniformare anche questo concetto, che invece è molto ampio, perché comprende infinite variabili, come infinite sono le vite coinvolte.

Barbara Fettuccia

  • Come nel tuo romanzo precedente, Il paese della Jacaranda, anche ne La memoria dei bachi da seta, le piccole storie dei tanti personaggi che animano questo libro si legano alla Storia ufficiale del nostro Paese. Come mai hai scelto di parlare della resistenza e degli anni di piombo?

Hai ragione. Le mie storie nascono sempre in un contesto storico ben definito; in questo caso si parla di resistenza, di leggi razziali, e degli anni di piombo.
Ho sempre avuto paura degli estremismi. Perché tagliano sempre fuori qualcuno, nella loro origine, nel loro svolgimento e nell’attuazione concreta del loro significato. Eppure, ci troviamo molto spesso e in ogni ambito a confrontarci e a scontrarci con la rigidità del pensiero. Basterebbe riflettere su quanto accade oggi, nel mondo e nel nostro paese, per raccogliere esempi tra loro diversissimi, ma che hanno un’unica costante: la violenza.
Gli anni di piombo sono stati un vertice durante il quale le parole esplodevano insieme alle bombe e ferivano, uccidevano, stravolgevano gli assetti di una società che si avviava ad un finto benessere, a regole ben definite, a ideali troppo spesso di carta. L’Italia attraversava un periodo in cui le idee venivano rivendicate con la violenza, come se i discorsi non fossero abbastanza appuntiti per generare il cambiamento. Questo fa l’estremismo: radicalizza il pensiero fino a non farci più vedere una via d’uscita valida, se non quella di schiacciare chi si discosta dal nostro ideale e dalle regole che esso ci impone.
Ho voluto ricordare gli anni di piombo e il terrorismo, perché a causa di quelle esplosioni di rabbia e tritolo si sono spente molte vite di cui troppo poco di parla. Non dimenticherò mai la prima volta che sono passata dalla stazione di Bologna: l’orologio è rimasto fermo alle 10:25 ed è bene che noi andiamo avanti. Ma, ogni tanto, voltiamo lo sguardo per rivivere ciò che è stato, sempre con un unico pensiero: che non si ripeta mai più.

Barbara Fettuccia

  • Nina e Amelia sono due ragazze omosessuali che si amano in un’Italia piccola e retrograda. Nina è costretta a fuggire dal paesino del sud in cui è nata e dove la sua omosessualità non verrebbe accettata. Amelia invece trova nel padre Dario un valido alleato, pronto a difenderla contro i pregiudizi. Nel romanzo ci sono poi altre storie di uomini perseguitati per la propria omosessualità. Cosa significava essere gay o lesbica nell’Italia fascista e nell’Italia degli anni Settanta? Che ruolo ha avuto il movimento del Sessantotto nell’affermazione dei diritti delle persone omosessuali?

Nina e Amelia hanno storie diverse e la loro consapevolezza è veicolata dall’educazione che hanno ricevuto e dal contesto in cui sono cresciute. Nel caso di Nina, l’arretratezza economica e culturale gioca un ruolo fondamentale nell’evoluzione di quel sentimento incerto che lei prova verso se stessa: se da una parte Nina si allontana dal suo paese per poter vivere libera e fare le sue scelte, dall’altra il distacco è un meccanismo di protezione che lei mette in atto nei confronti della sua famiglia e di sua madre in particolare. Amelia, invece, cresce in un ambiente più progressista, con un padre che non si piega alla consuetudine stagnante. Per lei è più facile volersi bene, ma nonostante questo dovrà fare i conti con la chiusura della società che la circonda. Lo sa bene, lei, quanto sia difficile per gli altri comprendere ciò che evade la normalità riconosciuta per abitudine e per ignoranza. Nel romanzo troviamo anche Giuseppe, un ragazzo omosessuale ai tempi del fascismo. Non serve uno studio approfondito della Storia per che l’omosessualità non era certo vista di buon occhio durante il Regime. In realtà, questa tematica fu sempre trattata in modo ambiguo. Era certamente considerata un vizio abominevole, in grado di intaccare la virilità del maschio fascista; tuttavia, se le relazioni erano vissute in segreto, senza rappresentare, quindi, una minaccia per l’ordine e la vita sociale dei cittadini, prima dell’avvento delle leggi razziali non vennero presi provvedimenti contro quella che veniva chiamata pederastia. L’omosessualità era considerata, infatti, un reato contro la morale pubblica, ma se avessero varato una legge contro di essa, ne avrebbero legittimato l’esistenza.
Le relazioni fra donne, invece, non erano neanche prese in considerazione: nell’Italia fascista per le donne c’era la casa, la famiglia o il manicomio. Fu solo dopo il 1938 che si inasprirono le pene e coloro ritenuti colpevoli vennero mandati al confino sull’isola di San Domino. Dimenticati, laggiù, non sarebbero più stati un problema. E, in effetti, quelle persone non sono mai state ricordate, se non per una piccola targa affissa là dove una volta furono recluse. Dopo il ’68, con i movimenti degli anni Settanta, la comunità degli omosessuali ha cominciato a farsi avanti, in quel pentole di diritti e di rivendicazioni gridati a gran voce. Sono nati i primi giornali come il Fuori! e le prime associazioni che hanno dato vita a manifestazioni come quella di Sanremo. Per le donne non fu così semplice: le voci maschili sembravano essere più ascoltate anche in questo ambito e nei gruppi femministi c’era il timore che, coinvolgendo ragazze omosessuali e dando spazio alle loro richieste, il pubblico avrebbe perso fiducia in un movimento che già cercava di sfondare la patina bigotta di una società che aveva sempre relegato la donna al ruolo domestico e di sottomissione.

  • Nina si trasferisce a Bologna per studiare e per mantenersi inizia a lavorare presso il negozio di fiori di Fosca. Nei tuoi romanzi il linguaggio dei fiori è una costante, lo utilizzi come metafora, per parlare dei sentimenti e della vita. Cosa significano i fiori per te? Che ruolo hanno nella tua vita?

Grazie per questa domanda. In realtà non ci avevo mai riflettuto: scrivere per me è scavarmi dentro, quindi nulla è lasciato al caso, anche se non sempre me ne rendo conto. E allora mi piace pensare che questa passione per i fiori, questo ruolo che assumono nelle mie storie, mi arrivi da mio padre. Ho passato tanto tempo nella natura con lui, fin da piccola, ed è sicuramente grazie ai suoi insegnamenti se so distinguere un crocus da un tulipano, la ginestra dal mughetto. È quel che forse mi manca di più di lui, quindi sono felice che tu mi abbia aiutato a ritrovarlo.

  • La memoria dei bachi da seta si svolge principalmente in due tempi, a cui corrispondono due città, Bologna e Fiume. Sono pochi i romanzi che parlano dell’Istria, di Fiume, e degli italiani che qui vivevano. A Fiume è nata Fosca, la fioraia dove Nina lavora. Vuoi dirci qualcosa in più di lei e della città dove è nata e cresciuta?

Di Fosca non voglio dire troppo. È un personaggio che si muove delicatamente nella trama ed è proprio grazie a questa sua qualità che riesce ad aiutare Nina ad accettarsi e a perdonare la sua diversità che lei vive come un peccato. Invece, sempre nell’ottica dell’accettazione di sé, voglio raccontare qualcosa di più sulle vicende della ragazza la cui vita inizia a Fiume: figlia di un ebreo slavo e di un’italiana cattolica, non riuscirà mai a trovare un posto in una società che tende a dividere le persone in razza, che impone un costume e una lingua a seconda dell’autorità di turno, che vuole incasellare gli individui in un unico insieme, dimenticando la storia e la cultura che impregnano ogni vita. Questa ragazza, fin da piccola, cresce senza una religione in una famiglia mista e per parte della sua vita non sa dove collocarsi, né come definirsi. Sarà la Storia a darle un’appartenenza e dal 1938 lei diventerà un’ebrea, poi un’italiana, poi una resistente. Vivrà più vite in una sola. Le vicende che hanno attraversato la città di Fiume e i territori circostanti sono arrivate a noi frammentate, confuse. Eppure, quei luoghi avrebbero davvero tanto da raccontare e ci farebbe bene ogni tanto ricordare che neanche la violenza può annientare le differenze, l’identità degli individui non si può cancellare con i soprusi, né con la prepotenza, né con la morte. Non esiste legge che possa cancellare la Storia, la cultura e l’identità di un popolo, per quanto frammentato esso sia, e la città di Fiume ne è la prova.

Barbara Fettuccia

  • Infine, come sempre, ti chiedo di salutarci raccontandoci quali romanzi ti sono stati di ispirazione per la stesura di questo libro e di lasciarci con un consiglio di lettura.

Ho letto molto in quel periodo. Uno dei libri che più mi ha aiutato nelle ricerche è stato Adriatico amarissimo di Raoul Pupo; non si tratta di un romanzo, bensì di un saggio storico che ripercorre il ‘900 nelle terre dell’Adriatico orientale.
Un altro titolo che mi sento di consigliare è L’usignolo: non è particolarmente pertinente alle tematiche affrontate ne La memoria dei bachi da seta, ma parla di resistenza al femminile nella Francia degli anni ’40 e i suoi personaggi mi sono stati di ispirazione per delineare la forza che precede ogni ribellione e ogni rivoluzione.

Ringraziamo Barbara Fettuccia per la disponibilità e gentilezza con cui ha riposto alle nostre domande, è sempre un piacere leggerti e chiacchierare con te!

Image Source: Barbara Fettuccia – Scatole parlanti

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