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Lo stile del Potere

by Paola Ferrario
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Potere

Michelle Obama

Un tempo il must era il tailleur, o almeno una giacca passepartout per conquistare rispetto e potere.
Oggi va bene anche un abito frou frou, ma non pensate sia una scelta casuale. Era il 1975 quando il guru dell’immagine John T.Molloy scrisse il libro Dress for success in cui sdoganò il termine power dressing, cioè il potere derivante dall’indossare l’abito giusto al momento giusto. Ed è anche dimostrato che che andare a un colloquio di lavoro adeguatamente abbigliati fa la differenza. Ma c’è di più: secondo una ricerca della Northwestern University, nell’Illinois, chi veste bene pensa bene. Basta indossare un camice bianco da medico e il nostro livello di attenzione aumenta vertiginosamente. Se, invece, vestendo lo stesso indumento ci identifichiamo con un pittore, ecco che le performance intellettuali subiscono un calo: nel linguaggio della scienza questo fenomeno si chiama enclothed cognition, ovvero come e perché l’abito condiziona processi cognitivi e abilità di base.
Vanessa Friedman, nel suo blog sul New York Times, ha parlato per prima di “merkelizzazione” dei look femminili: abiti sempre simili, senza fronzoli, per evitare che l’attenzione si concentri sull’aspetto.
Non è un caso che gli esperti di dress code siano categorici sull’abito in ufficio: poche scolature, tre accessori al massimo, tacchi medi e gonne al ginocchio. E non si tratta di una limitazione della femminilità, ma di uno strumento di comunicazione. Chi è appassionata di serie, come me, lo sa: Claire Underwood, first lady di House of Card, ingessata in tubini rigidi, o Alicia Florrick di The Good Wife, che non ha mai scoperto le ginocchia, ci insegnano che l’abito deve stare un passo indietro rispetto a chi lo indossa.
Tornando alla realtà, la regina del dress code contemporaneo è sicuramente la firs lady americana, incoronata musa dello stile. Lei, che tra gonne a ruota, leggings e scarpe basse, è un esempio da copiare per le donne comuni e per quelle nella stanza dei bottoni. A nessuno è sfuggito che Michelle usa gli abiti come messaggio diplomatico, in Missoni quando è venuta in Italia per Expo, in Vera Wang quando è andata in Cina. O politico: indossare Narciso Rodriguez, omosessuale, sposato, figlio di immigrati cubani, durante il discorso dello Stato dell’Unione è stato un chiaro segno dell’impegno per i diritti civili. Ma se la moda è un codice, uno strumento di comunicazione, quelli che la moda la fanno, sono i primi a sovvertirlo. La femminilità garbata di Anna Wintour rotta solo da massicce collane, il prezioso “educanda style” di Miuccia Prada, e persino gli eccessi di Donatella Versace, sono l’esempio di una moda e di un dress code piegati alle singole e forti personalità di chi li indossa.
Come ci ha ricordato Kate Middleton indossando durante un viaggio in India poco tempo fa, un abito cucito da una ragazzina per tre dollari lo’ora, l’abito è solo questione di potere.
Voi cosa ne pensate?

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Image Source: Instagram

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