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Il giorno mangia la notte: a tu per tu con Silvia Bottani

by Diletta Cecchin
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La vita è fatta di luci e di ombre, di scelte, opinioni, ma a volte anche contraddizioni, cambiamenti. Tutto questo emerge alla perfezione ne Il giorno mangia la notte, romanzo d’esordio di Silvia Bottani, pubblicato dalla casa editrice Sem.
Le vicende ruotano intorno a tre personaggi. Naima, una giovane ragazza italiana di origine marocchina, insegnante di sostegno e appassionata di kickboxing. Giorgio, cinquantenne, ex pubblicitario, affetto da gambling patologico che lo ha portato a sviluppare una forte dipendenza dal gioco e dall’alcool. E Stefano, figlio di Giorgio, praticante avvocato e militante neofascista. A fare da sfondo una Milano bella e dannata. Una sera, disperato per i debiti, Giorgio rapina una donna per strada, causandone la morte. Questa donna era la madre di Naima.
Non mi addentro oltre in una trama ricca e dal ritmo perfettamente costruito, perché questa settimana cedo la parola direttamente all’autrice del romanzo!

  • Ciao Silvia, anzitutto grazie per aver accettato il nostro invito e benvenuta! Giornalista, esperta di arte contemporanea, scrivi per diverse testate tra cui Doppiozero e Rivista Segno. Ora anche scrittrice, col tuo primo romanzo. Te l’avranno chiesto in tanti, ma anche noi siamo curiosi. Come sei approdata alla scrittura? Da dove nasce Il giorno mangia la notte?

Scrivo da quando ho vent’anni anni, occupandomi di arte contemporanea e cultura, ma fino a pochi anni fa non avevo mai affrontato la narrativa, direi per una forma di timore reverenziale. Prima di essere scrittrice sono una lettrice compulsiva (e disordinata) e temevo il confronto con i miei miti letterari. Circa tre anni fa ho maturato il desiderio di scrivere delle storie e ho cominciato a lavorare a dei racconti, finché non è arrivata l’idea del romanzo. Tutto è nato da un’immagine. Il mio processo di scrittura è strettamente intrecciato al visivo e, anche in questo caso, ho visto chiaramente la scena che dà inizio alla storia: da lì, ho continuato a seguire questo flusso mentale e ho costruito tutto il romanzo.

Il giorno mangia la notte

  • Vivi e lavori a Milano. Una dei protagonisti de Il giorno mangia la notte, Naima, è proprio figlia di questa città cosmopolita. Nata da due genitori marocchini, è un’italiana di seconda generazione, che spesso si trova a scontrarsi contro chi non la ritiene “del tutto italiana”. La Milano moderna e inclusiva fatica ancora ad accettare la diversità? Dove affonda le radici il rifiuto di vedere in Naima un ragazza italiana come tutti gli altri? E soprattutto cosa si può fare per diventare sempre più inclusivi e aperti?

Milano è una città che si fregia di essere cosmopolita, dalla vocazione multiculturale ed europeista. In questa narrazione c’è del vero, ma si tratta anche di una semplificazione funzionale alla vendita di un prodotto, il cosiddetto “modello-Milano”. Negli ultimi anni il modello economico neoliberista ha spadroneggiato, ma la città è riuscita a mantenere un equilibrio precario grazie alla sua storia di civismo, contando anche sull’attivismo dei corpi intermedi, il volontariato e le associazioni che sono molto solide. Quello che ne è scaturito è una realtà sbilanciata, dove i conflitti sociali sono crescenti e i cosiddetti nuovi poveri continuano ad aumentare, ma che fino al recente lockdown sono stati oscurati da un racconto di “smartcity”, orientata a una crescita sostenibile, verde e digitale. Una crescita che in realtà non è affatto alla portata di tutti e che ha mostrato i suoi limiti per esempio nel momento di profonda crisi causata dall’emergenza sanitaria.


Accanto ai quartieri della cosiddetta rinascita, con i grattacieli verdi, i poli culturali e i ristoranti stellati, esiste perciò un numero sempre maggiore di persone che offrono il proprio lavoro e il proprio talento alla città ma ne vengono gradualmente respinte, perché i costi della vita sono insostenibili e il mercato del lavoro precarizzato – per quanto Milano rimanga la città con più offerta in Italia – si erode, offrendo guadagni più esigui e meno garanzie. In questo scenario riemergono pulsioni ataviche come la diffidenza verso il diverso o lo straniero, che sono il capro espiatorio par excellance: se Milano è e rimane una città aperta, con una memoria di immigrazioni e di stratificazioni sociali indiscutibile, dall’altra non è esente da rigurgiti localisti e forme di diseguaglianza, che proprio nei momenti di maggiore incertezza economica e di lacerazione culturale emergono con maggiore intensità. Penso sia importante perciò avere il coraggio di indagare la realtà senza nascondersi dietro a uno storytelling strumentale.

Il giorno mangia la notte

  • Il rifiuto di accettare Naima, va di pari passo con il crescente affermarsi di movimenti neofascisti, di cui Stefano è un esponente. Quanto sta prendendo piede questo fenomeno a Milano? Com’è possibile che un ragazzo come Stefano, intelligente, laureato in giurisprudenza, che quindi dovrebbe avere i principi di democrazia e legalità ben scolpiti nella testa, sposi questa causa?

La storia dell’eversione di destra a Milano è un capitolo ben documentato della storia contemporanea. Ricordiamo che “la madre di tutte le stragi” che diede il via alla stagione degli anni di piombo fu proprio la bomba di Piazza Fontana. Tra le file dei militanti dei movimenti neofascisti ci sono stati “figli del popolo” ma anche studenti, intellettuali e, soprattutto i rampolli di una borghesia ricca e ferocemente conservatrice, e spesso i confini tra radicalismo ed eversione si sono dimostrati labili, quando non sono completamenti saltati.

In anni più recenti abbiamo assistito a un numero crescente di attività delle forze della destra radicale che hanno scelto di riproporsi in chiave “pop” e populista, con un volto più rassicurante, in modo da poter occupare spazi che in passato sarebbero stati semplicemente inaccessibili. Si tratta quindi di un’azione che non riguarda solo Milano ma si estende su scala nazionale, complice lo sdoganamento politico attuato da alcune realtà partitiche parlamentari. Attraverso il personaggio di Stefano ho cercato di raccontare come certe distorsioni ideologiche siano sostanzialmente eterne e rispondano a pulsioni profonde. Per questo possono mutare forma rimanendo sostanzialmente uguali a sé stesse, a seconda del tempo che abitano, e non riguardano solo soggetti marginali.

Oggi, l’incertezza per il futuro, la sfiducia verso la politica e le cosiddette élite possono alimentare la nostalgia verso un passato mitizzato e la tentazione di chiudersi di fronte a una realtà sempre più complessa, che appare sfuggente e sempre meno comprensibile. A questo si aggiunge la capacità propagandistica di strumenti come i social media, una caratteristica che certe forze reazionarie sembrano aver capito meglio e prima di altri e che hanno dimostrato di saper utilizzare in maniera molto efficace, polarizzando il discorso pubblico. Per questo penso che ridurre un fenomeno politico complesso come quello delle nuove destre radicali a un fenomeno minoritario significhi non comprendere una tensione pericolosa, che interessa il mondo a livello globale e che sostiene un modello di società violento, escludente ed oppressivo.

  • Naima e Stefano si conoscono in palestra. Il loro è un incontro-scontro, a cui segue un’immediata attrazione. Ovviamente appartengono a due mondi distanti e opposti. I sentimenti possono superare queste differenze? Soprattutto, come può Naima essere attratta da un ragazzo che in teoria la disprezza per le sue origini?

Mi affascinava l’idea di un sentimento che arrivasse nelle vite delle persone come un vento di tempesta, scardinando tutto. Volevo recuperare il concetto antico di un Eros terribile, di fronte al quale gli uomini non possono che piegarsi. Siamo soggetti governati dalle passioni e l’amore è ancora uno dei motori che muove le nostre vite, anche se facciamo di tutto per addomesticarlo, inscrivendolo in regole che lo rendono innocuo, pulito, ordinato. In questa storia invece regna il caos, e malgrado Stefano e Naima, in modi diversi ma in maniera simile, cerchino di mantenere il controllo sulle loro vite, ci sono forze più grandi di loro che li portano alla deriva. In questa deriva volevo raccontare anche la possibilità di una luce, la “possibilità di un isola”, per parafrasare un titolo di Michel Houellebecq. Nell’incontro di due differenze mi sembra risieda una speranza, mentre tutto attorno sono macerie.

  • Giorgio, il padre di Stefano. Simbolo della Milano da bere, che appunto ha “bevuto e mangiato tutto” negli anni ’80 e che oggi si trova in disgrazia. Avvolto nella spirale del gioco e dell’alcolismo. C’è una speranza di riscatto per lui e in generale per coloro che appartengono alla sua generazione? Che debiti hanno lasciato alle generazioni successive?

Giorgio in realtà non ha vissuto gli anni ’80, è arrivato in ritardo di un decennio per ragioni puramente anagrafiche. Ha vissuto perciò la coda di quegli anni e li rimpiange, pur avendone visto solo il riflesso. La sua ingordigia, il narcisismo e anche il desiderio bulimico di stimoli che lo muovono sono una versione “dopata” degli anni della “Milano da bere”, ancora più rabbiosa perché fuori tempo massimo. Penso che la sua generazione abbia delle responsabilità importanti, soprattutto per aver barattato la dimensione della vita pubblica, la costruzione della comunità con il successo privato e il godimento personale. Ma la sua generazione non è poi peggiore della mia e penso che ognuno debba fare i conti con le proprie colpe e le proprie responsabilità. Non ho voluto raccontare Giorgio attraverso un filtro morale, giudicandolo: mi interessava piuttosto cercare di avvicinarmi alle sue ragioni, osservarlo da dentro. Quello che mi interessa della scrittura narrativa è soprattutto la possibilità di agire uno sguardo, perché il vedere viene prima della parola ed è lo strumento di conoscenza dal quale essa discende.

  • Nel tuo romanzo è presente forte anche il tema dell’omosessualità. Vissuta con naturalezza da Naima, che alterna rapporti con ragazzi e ragazze. Nascosta da Simone, amico di Stefano, che ha paura di non essere accettato dai conoscenti e dal movimento. Questo tema è sufficientemente affrontato nella narrativa contemporanea? Oppure si potrebbe fare meglio?

Negli ultimi venti anni, i temi dell’omosessualità, dell’orientamento di genere, delle identità hanno trovato più spazio nella letteratura, nel cinema e nella tv, uno spazio che non avevano mai avuto prima. La cosiddetta “letteratura gay” fino agli anni ’90 è stata fondamentale e ha letteralmente salvato delle vite, offrendo alle persone la possibilità di rispecchiarsi in una storia a chi non aveva alcuno modello di riferimento attorno a sé. Oggi la situazione mi sembra molto differente, sempre più autori inseriscono questi nuclei tematici nelle loro storie, senza che per questo i loro romanzi vengano percepiti come appartenenti a un genere specifico ma come letteratura tout court. Penso ad autori come Walter Siti, Jeanette Winterson, Jeffrey Eugenides, David Leavitt, E. Annie Proulx, André Aciman, Chuck Palahniuk, Brett Easton Ellis, Naomi Alderman, la recente rivelazione Ocean Vuong. Mi sembra un punto importante, perché ciò significa che l’orizzonte si è ampliato ed esiste una sensibilità letteraria differente, che non teme più di rimanere incastrata in un’etichetta; al contempo, esiste un pubblico di lettori sempre più nutrito, finalmente disposto a immergersi in una storia superando – almeno in parte – pregiudizi diffusi e consolidati.

Il giorno mangia la notte

  • Il giorno mangia la notte nasce da Luci a Galifos, progetto editoriale che ha come obiettivo promuovere autori esordienti. Ti va di parlarcene meglio?

Luci a Galifos è un progetto che nasce attorno alla figura di Matteo Consonni, un professionista della comunicazione prematuramente scomparso. Matteo era un lettore appassionato e curioso e i suoi amici più stretti hanno deciso di ricordarlo celebrando la sua passione per i libri, creando una piattaforma che funzioni da incubatrice per gli scrittori esordienti. Grazie alla mia casa editrice SEM, il mio romanzo è stato scelto per inaugurare questo progetto: personalmente ne sono molto felice, perché si tratta di una bellissima storia di amicizia e di amore per la letteratura che sono orgogliosa di poter rappresentare.

  • Infine, nei ringraziamenti, rivolgi un pensiero a Raul Montanari, scrittore che noi amiamo moltissimo. Oltre a Raul Montanari, quali sono i tuoi scrittori di riferimento? Ci consigli una lettura?

È sempre difficile rispondere a questa domanda perché ci sono moltissimi autori che ritengo punti di riferimento. Questa volta però mi piacerebbe citare solo delle scrittrici. Rimanendo in ambito contemporaneo, per chi ama i racconti suggerisco Flannery O’Connor, Amy Hempel e Shirley Jackson, autrici differenti tra loro ma accomunate dal talento straordinario nel costruire storie brevi; per chi ha voglia di leggere invece un saggio decisamente controcorrente, suggerisco Manuale di autodistruzione di Marianne Donner, sottotitolo Perché dobbiamo bere, sanguinare, ballare e amare di più”: in tempi di meditazione forzata, performance e ricerca spasmodica della perfezione, mi sembra una contronarrazione di cui tutti abbiamo tanto bisogno.

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