Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che costruiscono un luogo dal quale, una volta entrati, è difficile uscire. Le notti folli dello Scoiattolo Rosso di appartiene alla seconda categoria.
Il luogo è un teatro clandestino, raggiungibile attraverso il dark web, dove il confine tra performance, violenza e spettacolo viene progressivamente cancellato. Al centro della storia c’è Cesare, artista ormai lontano dal successo, schiacciato dai debiti e da una vita nella quale il riconoscimento sembra essersi consumato. È lui a compiere il primo passo verso lo Scoiattolo Rosso. E da quel momento il corpo diventa la sua materia artistica più estrema.
Non è però soltanto una storia di mutilazioni, chirurgia clandestina e spettacolo. La vera materia del romanzo è un’altra: il bisogno disperato di essere visti.
Il corpo come ultima opera d’arte
Cesare è un artista e ragiona come un artista anche quando la sua arte comincia a diventare autodistruzione. Il suo corpo viene progressivamente trasformato in un’opera. Prima un dito, poi parti sempre più importanti, fino a diventare ciò che il teatro vuole da lui: un uomo ridotto a performance. La scelta è disturbante proprio perché Manzini non la presenta soltanto come una follia individuale. Intorno a Cesare esiste un intero sistema che rende possibile quella trasformazione.

C’è Aldrovandi, medico radiato dall’albo, che mette la propria competenza chirurgica al servizio dello spettacolo. C’è Tantalo, figura imprenditoriale e spietatamente pragmatica, capace di trasformare ogni mutilazione in un evento commerciale. C’è Lola, che conosce dall’interno la macchina dello Scoiattolo Rosso e che rappresenta forse la figura più ambigua dell’intero romanzo. E poi c’è il pubblico. Un pubblico che guarda. Un pubblico che commenta. Un pubblico che paga. È qui che il romanzo diventa più inquietante.
L’orrore non è soltanto ciò che accade
Marilù S. Manzini costruisce una delle sue riflessioni più interessanti proprio intorno alla complicità dello spettatore. Il dolore di Cesare non avrebbe lo stesso significato senza qualcuno disposto a guardarlo. La sofferenza diventa spettacolo soltanto nel momento in cui incontra uno sguardo disposto a consumarla.

In una delle scene più significative del romanzo, Aldrovandi arriva persino a preoccuparsi che Cesare non perda conoscenza troppo presto: se sviene, il pubblico smette di pagare. È una frase agghiacciante perché porta alle estreme conseguenze la logica dello spettacolo: non importa più ciò che sta accadendo a un essere umano, importa che la performance continui.
Ed è probabilmente questa la vera provocazione del romanzo. Lo Scoiattolo Rosso non è soltanto un luogo di fantasia. È una macchina narrativa attraverso la quale l’autrice porta all’estremo una dinamica molto contemporanea: la trasformazione della sofferenza in contenuto, dell’intimità in spettacolo, del corpo in merce.
Il pubblico come personaggio invisibile
Uno degli elementi più riusciti del romanzo è proprio la presenza del pubblico. Non lo conosciamo davvero. Non abbiamo bisogno di conoscerlo. È una massa indistinta dietro un vetro, una successione di offerte, commenti, richieste e reazioni. E proprio per questo diventa ancora più inquietante. Il pubblico non ha un volto, ma ha un potere enorme. Decide quanto vale un corpo. Decide quanto deve durare il dolore. Decide quale sarà il prossimo limite da oltrepassare. In questo senso il pubblico diventa quasi un personaggio invisibile del romanzo: non agisce direttamente, ma determina ciò che accade. E Cesare, progressivamente, comincia a vivere per quello sguardo.

È lui stesso ad arrivare alla consapevolezza più dolorosa: non sta più facendo tutto questo soltanto per l’arte o per il denaro. Sta cercando uno sguardo dal quale ormai dipende la propria esistenza. La sua tragedia è dunque anche psicologica: quando essere guardati diventa la misura del proprio valore, smettere di esibirsi significa quasi smettere di esistere.
Lola e Caterina: ciò che rimane fuori dal teatro
Dentro questo universo deformato, due figure assumono un significato particolare: Lola e Caterina. Lola appartiene alla macchina dello Scoiattolo Rosso, ma contemporaneamente sembra cercare una via di fuga dalla sua logica. Il suo rapporto con Cesare non è romantico nel senso tradizionale: è fatto di corpi, solitudine, bisogno e di una forma di riconoscimento che non passa necessariamente dal pubblico. La sua presenza permette a Cesare di ricordare, almeno per qualche momento, di essere ancora un uomo e non soltanto un’opera. Caterina, invece, appartiene a un altro mondo.

È la figlia, la quotidianità, la vita precedente allo spettacolo. È ciò che Cesare rischia di perdere mentre cerca disperatamente di recuperare qualcosa che ha già perduto: la propria identità di artista. In questo senso il rapporto con la figlia è fondamentale perché introduce nel romanzo un’immagine completamente diversa del tempo. Da una parte c’è lo Scoiattolo Rosso, dove tutto deve essere immediato, estremo, sempre più spettacolare. Dall’altra c’è la vita normale: una casa, una cena, una porta che si apre, una figlia che torna dal mare. Ed è proprio questa normalità, apparentemente insignificante, ad assumere nel finale un valore enorme.
Lo stile: una scrittura che accelera insieme all’incubo
La scrittura di Manzini segue la progressiva discesa di Cesare. I periodi sono spesso brevi, secchi, costruiti per accumulo. La narrazione procede attraverso scene, dialoghi e improvvise accelerazioni. Il lettore viene portato avanti quasi senza possibilità di fermarsi. È una scelta particolarmente efficace nelle sequenze ambientate nel teatro. Il ritmo diventa più serrato, le descrizioni fisiche più crude, le percezioni del protagonista più frammentate. Il mondo reale e quello dello Scoiattolo Rosso iniziano progressivamente a confondersi.

Anche il ricorrere dello scoiattolo come presenza quasi visionaria contribuisce a questa atmosfera sospesa tra realtà, incubo e allegoria. Il risultato è una narrazione che appartiene al noir e all’horror, ma che utilizza questi generi per parlare soprattutto di altro.
Il teatro come metafora
Lo Scoiattolo Rosso è un teatro, ma è anche una metafora. È il luogo nel quale ogni individuo può diventare contemporaneamente performer e spettatore. Un luogo nel quale il corpo viene esposto, giudicato, valutato economicamente e infine consumato. Il paradosso è che Cesare entra nel teatro convinto di poter finalmente controllare la propria immagine e finisce invece per perderne completamente il controllo. All’inizio pensa di utilizzare il proprio corpo. Poi è il pubblico a utilizzarlo. Infine è il sistema stesso a stabilire quanto di lui sia ancora necessario. È una progressione che rende il romanzo molto più interessante della semplice provocazione horror.

Le notti folli dello Scoiattolo Rosso può essere letto come un romanzo noir, un thriller psicologico, una storia horror. Ma fermarsi al genere significherebbe perdere il suo nucleo più interessante. Sotto la violenza, sotto il dark web, sotto la chirurgia e sotto l’estetica dello scandalo, il romanzo racconta una fragilità molto più riconoscibile: il bisogno di sentirsi importanti per qualcuno. Una volta chiuso il libro, lo Scoiattolo Rosso non rimane completamente confinato nella sua pagina. Resta la domanda su quanto siamo disposti a guardare. E soprattutto su quanto siamo disposti a pagare, economicamente, emotivamente, moralmente, pur di non sentirci invisibili.
Image Source: Gabriele Zanon – Marilù S. Manzini
