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Le cose da salvare: intervista alla scrittrice Ilaria Rossetti

by Diletta Cecchin
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Se foste costretti a far stare in una valigia la vostra intera esistenza, quali sarebbero le cose che salvereste? Da questa domanda muove il romanzo Le cose da salvare, di Ilaria Rossetti edito da Neri Pozza. Dopo il crollo del Ponte Morandi, Gabriele Maestrale deve scegliere cosa salvare e cosa lasciare. Eppure lui si rifiuta di prendere questa decisione, rimanendo ad abitare in una casa dichiarata inagibile. Sarà Petra Capoani, giovane giornalista, a raccontare la sua storia.
Gabriele e Petra sono i protagonisti del romanzo di Ilaria Rossetti, che questa settimana abbiamo incontrato per voi.

Le cose da salvare

  • Buongiorno Ilaria! Anzitutto grazie per aver accettato la nostra intervista. Nel tuo romanzo, Le cose da salvare, il Ponte Morandi di Genova è crollato da pochi mesi. Quarantatre vittime. Cinquecentosessantasei persone evacuate dalle loro case. Una città, sempre un po’ ai margini della cronaca, che balza sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e internazionali. Nella tua biografia si legge che hai vissuto a Cardiff e a Londra, per poi tornare in Italia e stabilirti a Lodi, dove oggi abiti. Come hai conosciuto Genova? E soprattutto, come sei riuscita a immergerti così bene nella ferita di questa città?

Genova, e la Liguria, ho cominciato a conoscerle da bambina, quando, come molte famiglie lombarde, ci andavo a trascorrere le vacanze. Ho un legame molto profondo con quella terra e il crollo del Ponte Morandi ha avuto su di me un effetto sicuramente potenziato. Tuttavia in questo libro Genova non viene mai nominata, anzi l’ambientazione non è mai chiaramente genovese e nemmeno il Ponte Morandi è menzionato, perché si parla di un Ponte con la P maiuscola. Questo perché non mi interessava scrivere un reportage sulla tragedia, non è il mio lavoro e non ne sarei stata in grado: volevo invece fare del ponte e del suo crollo un simbolo, una suggestione, un archetipo letterario. Mi è sembrato, così, di aver dato alla cronaca un respiro più universale, che dietro all’evento tragico innesca molte altre riflessioni: quali sono davvero i ponti che costruiamo nelle nostre vite? E quando tutto crolla, come reagiamo? Qual è la vera portata di una trauma collettivo? Una risposta, etica e politica, esiste? E le differenze tra Storia e memoria cosa implicano e in quale maniera innervano la nostra interpretazione della realtà? Un romanzo, come diceva Cercas, è quel tipo di narrativa che protegge le domande dalle risposte.

Le cose da salvare

  • Gabriele Maestrale, uno dei protagonisti de Le cose da salvare, è fra i cinquecentosessantasei rimasti senza abitazione. Gli viene consentito di rientrare nella sua casa per raccogliere le poche cose che riesce a salvare dalla distruzione. Lui non uscirà più da quella casa, barricandosi per diversi mesi senza pensare al pericolo che corre e minacciando le forze dell’ordine che vorrebbero evacuarlo. La scelta di Gabriele è spinta dalla volontà di salvare quello che c’è dentro la casa, come i ricordi di una vita? O potrebbe essere paura di quello che troverebbe ad attenderlo fuori dalla porta?

All’inizio vediamo come Gabriele, nei minuti appena successivi al crollo del ponte e in cui tutti cercano di mettere in salvo sé stessi e le poche cose che scelgono, è paralizzato proprio dalla decisione immediata che è chiamato a prendere: come far sopravvivere un luogo che non abiteremo più ma che ha rappresentato il cuore della nostra vita? Quali oggetti bisogna portarsi dietro, se questo luogo deve essere abbandonato? A queste domande Gabriele non sa fornire una risposta ed è angosciato dalla rapidità di reazione che gli si impone: così decide di non fare nulla, di rallentare fino a fermarsi. La sua casa diventa un presidio di memoria, un’ostinata opposizione alla fretta di salvarsi e salvare. Forse perché Gabriele ha già intuito una verità importante, e cioè che salvare non equivale a conservare ma ad attuare una comprensione più profonda di tutte le cose, una loro risemantizzazione. Forse solo così possiamo andare avanti anche nel dolore.  

  • La seconda protagonista del tuo romanzo è la giornalista Petra Capoani, che viene incaricata dalla redazione della Voce di intervistare Gabriele. Petra, tornata a Genova dopo anni di vita e lavoro a Londra, si fa portatrice di un confronto generazionale. «Io appartenevo al grande bluff della mia generazione. Ci avevano educati all’impegno e alla rincorsa. Ci avevano convinto che la società sarebbe stata all’altezza delle nostre aspettative. Dopo la laurea e qualche stage, ero partita per l’Inghilterra. Và all’estero per un po’, è una grande esperienza formativa. Era vero. Quello che non mi avevano spiegato, però, era come si vive col cuore spezzato tra due paesi». Secondo te com’è cambiato il modo di guardare il futuro tra chi ha trent’anni oggi e chi aveva trent’anni negli anni Settanta/Ottanta?

Ti dirò, faccio mio il titolo di un bel lavoro di Carlo Albarello e Paolo Di Paolo: c’erano anche ieri i giovani d’oggi. Nel senso che non credo in una contrapposizione generazionale, tuttavia sono cambiati gli strumenti per decifrare il mondo, le aspettative verso di esso e il mondo stesso. Io e i miei coetanei abbiamo potuto studiare e viaggiare, e allo stesso tempo siamo cresciuti immersi in una profonda crisi economica che è andata di pari passo con un peggioramento delle condizioni lavorative e la sensazione che andavano cambiati al più presto i parametri del benessere, del consumo, della sostenibilità, o altrimenti saremmo sprofondati sempre di più. Chi emigra come fa Petra o come ho fatto io anni fa vive davvero con il cuore spezzato: da una parte c’è la realizzazione personale e un’esperienza complessa e bellissima, dall’altra un Paese, l’Italia, che non è stato all’altezza dei suoi giovani e che però, pur in tutte le sue contraddizioni, resta una casa raramente interscambiabile perché connota in profondità il dato linguistico, culturale e famigliare che ci portiamo dietro. 

Le cose da salvare

  • Il tuo romanzo racconta distacchi e separazioni, ma anche relazioni che tornano dal passato e nuovi rapporti. Il padre di Petra, dopo la morte della moglie, ritrova Vanda, la fidanzata di quanto aveva vent’anni. Due donne eritree si rifugiano nello stesso palazzo di Gabriele, con cui iniziano ad intessere un rapporto famigliare. Secondo te è possibile vivere in totale isolamento? Oppure il mondo entrerà sempre ad interrompere anche le solitudini più volontarie?

Sì, credo sia possibile vivere in totale isolamento, ma solo se si opera una scelta davvero drastica. Lo stesso Gabriele Maestrale, in realtà, non lo fa: già il fatto di farsi aiutare da alcuni bambini per la spesa e commissioni incrina il suo isolamento, rende possibile la sua scelta di vita solo grazie all’aiuto di altri esseri umani. E le stesse Ima e Jala, le due donne eritree che vivono nello stesso palazzo di Gabriele, finiscono per legarsi a lui e per creare una piccola comunità solidale che, rifiutando il mondo esterno, genera in sé la propria condivisione. Una sorta di inevitabilità di rapporti umani, una propensione verso l’altro: quando tutto diventa violento e prevaricatore, questa mi sembra la nostra migliore scommessa.  

  • Infine, nei momenti di profonda crisi ed emergenza, si tende sempre ad ancorarsi ad alcune cose che ci permettono di sopravvivere. Oggi, con l’emergenza Covid che si è allentata ma è ben lontana dal finire, quali sono le cose da salvare e quelle da abbandonare? E soprattutto, per te che ti occupi di letteratura e viaggi, quali sono le cose che potrebbero salvare il mondo culturale in Italia oggi?

Come dici giustamente, l’emergenza è ben lontana dal finire e per questo motivo sono sempre un po’ restia quando si tratta di tratta bilanci e conclusioni. Certo è però che le cose da salvare, anche in questo caso, restano per me quelle da imparare a lasciare andare, risemantizzandole una volta per tutte: non vorrei più il diritto alla salute contrapposto al diritto all’istruzione, non vorrei più che la cultura scientifica perdesse autorità contro l’arroganza del capitalismo, non vorrei più centri commerciali aperti e teatri chiusi, non vorrei più che, davanti al dolore e al sacrificio, si pensasse che essi siano democratici, perché c’è sempre chi ha di meno e chi è più invisibile e queste diseguaglianze dobbiamo ricordarcele, se un giorno vorremo iniziare un vero processo di rinnovamento sociale.

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